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sabato 26 novembre 2011

Come provocare le catastrofi


Così arretrata sul piano giuridico e culturale, non è da meravigliarsi se l'Italia, come qualcuno ha giustamente detto, è il paese che sa meglio predisporre, organizzare e provocare quelle catastrofi che poi per consuetudine linguistica, continuano ad esser dette "catastrofi naturali". Le frane e le alluvioni che a intervalli regolari devastano l'ex giardino d'Europa hanno la loro causa prima nel disprezzo che dimostriamo per l'ambiente naturale, nelle insensate manomissioni cui abbiamo sottoposto il nostro territorio, nel rifiuto di conoscere il suolo in cui operiamo, nell'incapacità di esprimere una politica di piano che controlli trasformazioni e sviluppo, subordinandoli all'interesse pubblico.
Un primo panorama del disordine (primo della lunghissima serie di convegni, dibattiti, appelli che poi sarebbe seguita) ci venne presentato, ed era già tardi, nel 1964 in un congresso dell'Accademia dei Lincei, nel quale, tra l'altro, si diceva quanto segue. Con l'uso indiscriminato di insetticidi e anticrittogamici eliminiamo gli insetti necassari alle colture e alla fecondazione delle piante, e quindi sterminiamo gli uccelli che se ne cibano, compresi quelli utili all'agricoltura. Con la caccia incontrollata completiamo la strage della fauna, e desertifichiamo le campagne. Con gli scarichi industriali avveleniamo le acque, i pozzi, le colture, gli animali domestici. Con le bonifiche, attuate al di fuori di ogni seria valutazione economica, eliminiamo le paludi che sono la naturale valvola di sfogo dei corsi d'acqua.
Con gli impianti idroelettrici prosciughiamo le acque sottorranee e di superficie, inaridiamo il manto vegetale, minacciamo flora e fauna, trasformiamo fiumi e torrenti in una serie di greti asciutti, che poi gli scarichi degli abitati trasformano in pozze luride e infette. Col pretesto del turismo, in realtà per speculazione, lottizziamo e privatizziamo perfino i parchi nazionali, "santuari della natura", orgoglio dei paesi civili. Col disboscamento e il mancato rimboschimento favoriamo l'erosione, le frane, la furia delle acque selvagge, con le conseguenze a tutti note.
All'abbandono della campagna non abbiamo saputo far seguire un'opera sistematica di difesa del suolo, nel quadro di una moderna politica territoriale. Con la distruzione del verde nelle città e la costruzione di quartieri congestionati e incivili, favoriamo l'inquinamento dell'aria, priviamo la gente di ogni possibilità di ricreazione ed esercizio fisico, con gravi effetti sulla salute di giovani e adulti. E via dicendo.
Quel protocongresso ecologico terminò con voti e auspici che, come tutti quelli che poi sono seguiti, non hanno minimamente impressionato i destinatari, gli uomini di governo. Quanto siamo venuti facendo è così sistematico, incosciente e irresponsabile che sembra davvero ubbidire ad alcuni principi generali di efffetto sicuro, che sono appunto i più adatti a provocare il dissesto del suolo, allagamenti, alluvioni e altre calamità "naturali". Quali sono? Ce li illustra una rivista francese, in un'intervista col responsabile della politica ambientale di un paese immaginario, molto esperto nella nuova arte: "comment organiser les catastrophes".
Eccone qualcuno. Allevare nelle scuole "tecnici" specializzati quanto insensibili a ogni impegno politico-culturale, e convinti della superiorità della propria specializzazione su ogni altra. Fare in modo che le diverse amministrazioni (agricoltura e foreste, lavori pubblici, pubblica istruzione, industria e commercio, ecc.) agiscano come compartimenti stagni, rifiutando ogni coordinamento e visione globale dei problemi. Diffidare da quegli enti di cultura disinteressati (come sarebbero per esempio "Italia nostra", il Fondo mondiale per la natura, l'Istituto nazionale di urbanistica, ecc.) che si battono contro l'insensato sfruttamento delle risorse e per la difesa del patrimonio culturale e naturale. Infine e soprattutto, elaborare solo piani di settore, puntare sul vantaggio economico immediato, profittare al massimo, senza preoccuparsi delle conseguenze, dell'illimitata capacità degli uomini e delle forze economiche di cambiare a piacimento l'ambiente della nostra vita.
Impassibile e soddisfatto, l'intervistato ci illustra i risultati di così brillanti indirizzi. Dighe costruite a regola d'arte che crollano ai primi movimenti di terra non previsti dai tecnici del cemento armato, ma previsti dagli inascoltati geologi, splendide bonifiche sommerse in un attimo dalla furia delle acque, perchè gli economisti della barbabietola non hanno datto retta agli esperti di difesa idrogeologica del suolo; efficienti arginature di fiumi che saltano alla prima occasione, grazie al sistematico disboscamnto operato in montagna dai forestali, per i quali un albero comincia a valere qualcosa soltanto quando è segato; grandiosi insediamenti turistici in collina portati via dalle frane perchè gli impianti idroelettrici (o forse vogliamo "tornare al lume di candela?") hanno poco a poco inaridito il manto vegetale; complessi industriali in riva al mare i quali, inquinando irreversibilmente le acque e distruggendo ogni attrattiva paesistica, eliminando alla base ogni noiosa controversia sull'utilizzazione delle coste. E via di questo passo: Con il che, osserva l'autorevole personaggio, vengono una buona volta evitati i complicati e pericolosi problemi politici posti da una pianificazione coordinata: e inoltre, nei casi più clamorosi, si concorre a risolvere in modo drastico e spicciativo alcuni tra i maggiori malanni che affliggono in varia misura sia i paesi ricchi che quelli poveri: sovrapopolazione, sovraproduzione, sottoalimentazione, ecc.
Tutto ciò sembra calzare prfettamente con quanto avviene da noi. Ad esmpio: come fare per distruggere Venezia? Si prosciughino e interrino migliaia di ettari di barene e la laguna, fino a ieri bacino elastico e autoregolantesi, diventerà un catino dalle sponde rigide, con conseguente aumento della velocità delle acque di deflusso, aggravamento dell'erosione delle fondamentadegli edifici e allagamento sempre più grave dell'isola storica. Si scavino in continuazione pozzi d'acqua dolce, e accelereremo lo sprofondamento dell'illustre città. Si faccia il nuovo canale per le superpetroliere, si relaizzi la terza zona industriale, e la laguna potrà essere finalmente trasformata in mare di petrolio: avremo così posto tutte le premesse perchè Venezia (nel frattempo "restaurata" dalle società immobiliari, e quindi distrutta nei suoi valori umani e storici) salti finalmente per aria con tutti i suoi abitanti al primo scoppio di petroiera. Oltretutto, sarà un bello scherzo all'italiana alla faccia del mondo che ci ha prestato i miliardi per "salvare" questo inutile avanzo del passato: che già il padre dei futuristi avava con animo profetico definito "piaga purulenta d'Italia", "calamita dello snobismo e dell'imbecillità universali", "semicupio sfondato per cortigiane cosmoplite", "cloaca massima del passatismo".


Antonio Cederna, La distruzione della natura in Italia, Torino, Einaudi, 1975

venerdì 1 ottobre 2010

Una montagna di balle

Una Montagna Di Balle from spazzatour on Vimeo.

E' uscito un anno fa ed è stato girato tra il 2003 e il 2009 ma le ultime proteste di Terzigno e più in generale la situazione dei rifiuti in Campania lo rendono attualissimo.

Dal 2003 al 2009, un gruppo di videomakers, ha documentato la cosidetta emergenza rifiuti Campana per svelarne gli ingranaggi, individuare responsabilità e attori di quindici anni di gestione straordinaria. Uno spettacolo costato miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dellEuropa occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta per difendere il proprio futuro: l'assalto ai fondi pubblici, le zone d'ombra della democrazia, il boicottaggio della differenziata, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative.

E se vivere in emergenza fosse solo una strategia per accumulare profitti!?

Da un'idea di Sabina Laddaga, Maurizio Braucci e Nicola Angrisano Voce narrante di Ascanio Celestini
Musiche di Marco Messina
Regia di Nicola Angrisano


http://docutrashfilm.noblogs.org/

martedì 24 agosto 2010

Ripensare l'automobile?

mercoledì 2 giugno 2010

Oil spill counter & streaming

lunedì 19 aprile 2010

Eyjafjallajökull

domenica 17 gennaio 2010

Attentato incendiaro contro i NO-TAV

COMUNICATO STAMPA
Movimento NO TAV Val Susa, Val Sangone, Torino e Cintura

Ieri sera, forti del clima disgustoso creato dai media, dai politici e dalle istituzioni contro il popolo NO TAV (reo di difendere la legalità e la propria terra, oltre che difendere le finanze dello Stato e dell'Europa dalle grinfie voraci di politici, affaristi & mafiosi) i "soliti ignoti" hanno incendiato il presidio NO TAV di Bruzolo.
Il pronto intervento di cittadini e vigili del fuoco hanno potuto limitare i danni che, al di là dell'odioso gesto di chi fa della violenza le sue ragioni (d'altronde non ne ha altre), restano comunque ingenti.

Adesso il presidio è stato "sequestrato" dalla magistratura per le indagini. Questo "sequestro" deve durare al massimo due o tre giorni. Il presidio deve essere immediatamente ricostruito.

Per dare una risposta FORTE ed IMMEDIATA alle MAFIE che stanno dietro a questo gesto, l'assemblea popolare tenutasi ieri sera al presidio di Susa ha fatto queste proposte:

1. Questa sera, domenica 17 gennaio, alle ore 21 ritrovo al presidio di Bruzolo con fiaccole, pile, candele, lumini e luminarie varie per una marcia contro il clima di violenza, quanto meno verbale, e di intolleranza alla dissidenza nei confronti delle ISTITUZIONI LOCALI REGOLARMENTE E DEMOCRATICAMENTE ELETTE, i COMITATI ed il MOVIMENTO NO TAV, e dei CITTADINI RESISTENTI che non accettano il pensiero unico PRO TAV del Governo, di madama Bresso e di Saitta. Questa campagna istituzionale è stata amplificata e ingigantita oltre ogni decenza da tutti i media, e questo gesto incendiario e sconsiderato è il frutto di questo clima.
Si partirà dal presidio di Bruzolo e si salirà in piazza del municipio.

2. Sabato prossimo nel pomeriggio manifestazione NO TAV e CONTRO TUTTE LE MAFIE dal presidio di Susa al municipio di Susa passando per tutti i siti dove, nel comune di Susa dovrebbero venire impiantati i cantieri delle trivelle.

Susa, 17 gennaio 2010
Movimento NO-TAV

venerdì 25 settembre 2009

Servizi segreti, 'ndrangheta e rifiuti tossici


*cercate di leggervi tutto l'articolo. ho evitato apposta di mettere solo il link*

fonte: L'espresso

L'ex boss della 'ndrangheta Francesco Fonti è soddisfatto e amareggiato allo stesso tempo. "Per anni nessuno ha voluto ascoltare quello che dicevo ai magistrati. Ho sempre ammesso di essermi occupato dell'affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi. Ho indicato dove cercare: al largo di Cetraro, nel punto in cui il 12 settembre la Regione Calabria e la Procura di Paola hanno trovato a 480 metri di profondità un mercantile con bidoni nella stiva. Eppure, anche oggi che tutti mi riconoscono attendibile, devo affrontare una situazione assurda: vivo nascosto, senza protezione, con il pericolo che mi cerchino sia la cosca a cui appartenevo, sia i pezzi di Stato che usavano me e altri 'ndranghetisti come manovalanza". L'altra sera, aggiunge Fonti, "mi ha telefonato Vincenzo Macrì, il consigliere della Direzione nazionale antimafia. Ha detto: "Speriamo che ora non ci ammazzino tutti". Ecco di cosa stiamo parlando. Di vicende che puntano dritte al cuore della malavita internazionale e delle istituzioni". Nonostante questo, Fonti, trafficante di droga condannato a 50 anni di carcere, poi diventato collaboratore di giustizia, si sente sereno: "La mia è stata una scelta di vita: mi sono pentito perché ho avuto ribrezzo di quanto fatto da malavitoso, dopodiché succeda quel che deve succedere". Ecco perché non intende restare in silenzio. "Sono tanti i retroscena da chiarire", assicura. Tantopiù dopo sabato, quando è stato annunciato il ritrovamento lungo la costa cosentina della nave con i bidoni lunga circa 120 metri e larga una ventina: "In questo clima apparentemente più disposto alla ricerca della verità, voglio fornire un mio ulteriore contributo. In totale trasparenza. Senza chiedere niente in cambio, tranne il rispetto e la tutela della mia persona". Con tale premessa, Fonti squaderna storie di gravità eccezionale e con particolari che, ovviamente, dovranno essere vagliati dagli investigatori.

Il suo racconto parte dal 1992, quando l'ex boss spiega di avere affondato le navi Cunski, Yvonne A e Voriais Sporadais dietro indicazione dell'armatore Ignazio Messina. "Nel dossier che ho depositato alla Direzione nazionale antimafia (pubblicato nel 2005 dal nostro settimanale), ho scritto che in quell'occasione abbiamo inviato uomini del clan Muto al largo di Cetraro per far calare a picco la Cunski, mentre ho precisato che la Yvonne A era stata affondata a Maratea", dice Fonti: "Quanto alla Voriais Sporadais, indicai che a bordo aveva 75 bidoni di sostanze tossiche, ma non segnalai il punto esatto dell'affondamento. Oggi voglio precisare che la portammo al largo di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, sulla costa jonica, e che a occuparsi materialmente dell'operazione fu il boss della zona Natale Iamonte ". Di più: "Lo stesso Iamonte", prosegue Fonti, "si è dedicato spesso allo smaltimento in mare di scorie tossiche. Specialmente quelle che provenivano da ditte chimiche della Lombardia". Nel caso della Voriais Sporadais, precisa, accadde tutto in una notte autunnale del 1992: "Io e il figlio di Natale Iamonte, di cui non ricordo il nome, salimmo sul motoscafo con un terzo 'ndranghetista che guidava e aveva una cassetta di candelotti di dinamite. Arrivammo al limite delle acque territoriali, montammo sopra la nave, facemmo portare a riva il capitano e l'equipaggio, dopodiché piazzammo i candelotti a prua e sparimmo indisturbati".

Fonti non ha problemi ad ammetterlo: "Era una procedura facile e abituale. Ho detto e ribadisco in totale tranquillità che sui fondali della Calabria ci sono circa 30 navi". E non parla per sentito dire: "Io ne ho affondate tre, ma ogni anno al santuario di Polsi (provincia di Reggio Calabria) si svolgeva la riunione plenaria della 'ndrangheta, dove i capi bastone riassumevano le attività svolte nei territori di loro competenza. Proprio in queste occasioni, ho sentito descrivere l'affondamento di almeno tre navi nell'area tra Scilla e Cariddi, di altre presso Tropea, di altre ancora vicino a Crotone. E non mi spingo oltre per non essere impreciso". Ciò che invece Fonti riferisce con certezza, è il sistema che regolava la sparizione delle navi in fondo al Mediterraneo. "Il mio filtro con il mondo della politica è stato, fin dal 1978, un agente del Sismi che si presentava con il nome Pino. Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i capelli castani ben pettinati all'indietro, presentatomi nella Capitale da Guido Giannettini, che alla fine degli anni Sessanta aveva cercato di blandirmi per strapparmi informazioni sulla gerarchia della 'ndrangheta. Funzionava così: l'agente Pino contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all'hotel Palace di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del Sismi dicendo: Sono Ciccio e devo parlare con Pino. Poi venivo chiamato al numero dell'albergo, e avveniva l'incontro" Il contenuto degli appuntamenti, era sempre simile. "L'agente Pino mi indicava la quantità di scorie che dovevamo far sparire ", spiega Fonti, "e mi chiedeva se avessimo la possibilità immediata di agire". La maggior parte delle volte, la risposta era positiva. Ed era un ottimo affare: "Si partiva da 4 miliardi di vecchie lire per un carico, e si arrivava fino a un massimo di 30". Soldi che venivano puntualmente versati a Lugano, presso il conto Whisky all'agenzia Aeroporto della banca Ubs, o in alcune banche di Cipro, Malta, Vaduz e Singapore. Tutte operazioni che svolgevamo grazie alla consulenza segreta del banchiere Valentino Foti, con cui avevamo un cinico rapporto di reciproca convenienza ". Quanto ai politici che stavano alle spalle dell'agente Pino, secondo Fonti, sarebbero nomi noti della cronaca italiana. "Mi incontrai più volte per gestire il traffico e la sparizione delle scorie pericolose con Riccardo Misasi, l'uomo forte calabrese della Democrazia cristiana", dice, "il quale ci indicava se i carichi dovessero essere affondati o seppelliti in territorio italiano o straniero. La 'ndrangheta, infatti, ha fatto colare a picco carrette del mare davanti al Kenya, alla Somalia e allo Zaire (ex Congo belga), usando capitani di nazionalità italiana o comunque europea, ed equipaggi misti con tunisini, marocchini e albanesi". Rimane l'incontrovertibile fatto, aggiunge Fonti, "che la maggior parte delle navi è stata fatta sparire sui fondali dei nostri mari ". Non soltanto attorno alla Calabria, "ma anche nel tratto davanti a La Spezia e al largo di Livorno, dove Natale Iamonte mi disse che aveva 'sistemato' un carico di scorie tossiche di un'industria farmaceutica del Nord".

E non è finita. Secondo Fonti, un altro politico di primo piano avrebbe avuto un ruolo nel grande affare dei rifiuti pericolosi. "Si tratta dell'ex segretario della Dc Ciriaco De Mita, indicatomi a metà Ottanta da Misasi per trattare in prima persona il prezzo degli smaltimenti richiesti dallo Stato". Stando al pentito, lui e De Mita si sono visti "tre o quattro volte" nell'appartamento del politico a Roma, dove il boss fu accolto "con una fredda gentilezza". Nella prima occasione, ricorda, "mi fece sedere in salotto e disse: 'Sono soltanto affari'; frase che mi ha ripetuto negli incontri successivi, come a sottolineare un profondo distacco tra il suo ruolo e il mio". Fatto sta, continua Fonti, che "concordammo i compensi per più smaltimenti ". Poi, quando l'affondamento o l'interramento delle scorie veniva concluso, "l'agente Pino ci segnalava la banca dove potevamo andare a riscuotere i soldi ". Denari accreditati "su conti del signor Michele Sità, un nome di fantasia riportato sui miei documenti falsi. Andavo, recuperavo i contanti e li consegnavo alla famiglia Romeo di San Luca, dove ricevevo la mia parte: circa il 20 per cento del totale".

Da parte sua, l'ex segretario della Dc Ciriaco De Mita nega qualunque rapporto con Fonti: "Smentisco nella maniera più netta", commenta, "le affermazioni di una persona che non credo di conoscere. Porterò questo individuo innanzi al tribunale per rispondere penalmente e civilmente delle sue calunniose dichiarazioni". Vero è, specifica De Mita, "che Misasi era mio amico, e che abitava sotto di me, ma tutto il resto non ha assolutamente senso". Una replica alla quale seguono altri racconti dell'ex boss, che dopo il ritrovamento del mercantile sui fondali di Cetraro, non si limita a occuparsi dei retroscena di casa nostra, ma apre una pagina internazionale finora ignota sulla Somalia: "Avevo rapporti personali", dice, "con Ibno Hartomo, alto funzionario dei servizi segreti indonesiani, il quale contattava me e la 'ndrangheta per smaltire le tonnellate di rifiuti tossici a base di alluminio prodotte dall'industriale russo Oleg Kovalyov, vicino all'allora agente del Kgb Vladimir Putin". Un lavoro impegnativo per le dimensioni, spiega Fonti, gestito in due fasi: "Nella prima caricavamo le navi in Ucraina, a Kiev, le facevamo passare per Gibuti e le dirigevamo a Mogadiscio oppure a Bosaso. Nella seconda fase, invece, le scorie venivano affondate a poche miglia dalla costa somala o scaricate e seppellite nell'entroterra". Facile immaginare le conseguenze che tutto ciò potrebbe avere avuto sulla salute della popolazione. E altrettanto facile, secondo Fonti, è spiegare come le navi potessero superare senza problemi la sorveglianza dei militari italiani, che presidiavano il porto di Bosaso: "Semplicemente si giravano dall'altra parte", racconta il pentito. "Anche perché il ministro socialista Gianni De Michelis, che come ho già raccontato all'Antimafia gestiva assieme a noi le operazioni, era solito riferirci questa frase di Bettino Craxi: 'La spazzatura dev'essere buttata in Somalia, soltanto in Somalia'. Naturale che i militari, in quel clima, obbedissero senza fiatare". Allucinante? Incredibile? Fonti allarga le braccia: "Racconto esclusivamente episodi dei quali sono stato protagonista, e aspetto che qualcuno si esponga a dimostrare il contrario". Magari, aggiunge, "anche su un altro fronte imbarazzante: quello delle auto sulle quali viaggiavo per recuperare, nelle banche straniere, i soldi avuti per gli affondamenti clandestini dei rifiuti radioattivi". Gliele forniva "direttamente il Sismi", dice, "con la mediazione dell'agente Pino. Per salvarmi la vita, in caso di minacce o aggressioni, mi sono segnato il tipo di macchine e le matricole diplomatiche che c'erano sui documenti ". In un caso, "ho usato una Fiat Croma blindata con matricola VL 7214 A, CD-11-01; in un altro ho guidato un'Audi con matricola BG 146-791; e in un altro ancora, ho viaggiato su una Mercedes con matricola BG 454-602. Va da sé, che ci venivano assegnate auto diplomatiche perché non subivano controlli alle frontiere". Ora, dopo queste dichiarazioni, "i magistrati avranno nuovi elementi sui quali lavorare ", conclude Fonti. "Troppo facile e troppo riduttivo", sostiene, "sarebbe credere che tutto si esaurisca con il ritrovamento nel mare calabrese di un mercantile affondato ". Questa, aggiunge, non è la fine della storia: "È l'inizio di un'avventura tra i segreti inconfessabili della nostra nazione. Un salto nel buio dalle conseguenze imprevedibili".

giovedì 10 settembre 2009

Le mani sulla città

Imperia inaugurazione del nuovo molo lungo:
l'occhiale fa la forza
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Da sx a dx: Claudio Scajola, Piercarlo Scajola, Paolo Strescino, Marco Scajola


Il taglio del nastro:
Anna chi?
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Da sx a dx: Paolo Strescino, Anna Confalonieri (?!), Francesco Caltagirone, Fedele Confalonieri, Claudio Scajola, Maria Teresa Scajola

Risultato?
Il molo basso è diventato un parcheggio privato riservato ai diportisti (forse in futuro chiuso ai pedoni).
Non si può TOCCARE il mare perchè gli scogli sono stati sostituiti dal cemento e dagli ormeggi per le barche.
Le panchine sono SPARITE.

Grazie.

lunedì 10 agosto 2009

Tecnologia infame

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Con tutto il rispetto, se Google Earth ogni tanto si facesse una forchettata di cazzi suoi, non sarebbe male.
Google Earth scopre la più grande foresta del sud dell’Africa (finora conosciuta solo dagli abitanti della zona).

via unpercento [appunti]

Speriamo almeno che queste facciano buona guardia contro gli "eventuali" profittatori...

giovedì 6 agosto 2009

(T)ec(n)ology


Bicicletta - puoi comprarla ogni giorno, puoi pagarla come preferisci, puoi comprare il modello che preferisci. Puoi entrare nelle ZTL, puoi ascoltare i suoni che ti circondano, ti permette di andare ovunque, puoi trasportarla a un prezzo modico su molti autobus e perfino su linee aeree. Non ci sono tagliandi, puoi effettuare da solo tutta la manutenzione. Non ci sono costi fissi, non ci sono bolli, non ci sono costi nascosti.

martedì 7 luglio 2009

E allora prendetemi la targa!

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Non si può mai stare tranquilli.
Nascosto nelle pieghe, o piaghe, del recente pacchetto sicurezza, un articolino idiota mette a rischio le sane abitudini dei cittadini più civili: commettere violazioni in bicicletta, solo nel caso in cui si sia patentati, è da oggi equiparato a commetterle alla guida di veicoli a motore. Coloro invece che non posseggono la patente non incorreranno neanche nella sanzione amministrativa (?).
E noi patentati che credevamo di fare cosa intelligente a tornare pedalando a casa dopo una serata un po' alcolica...
Il fatto è che nel 99% dei casi chi usa la bicicletta in città, lo fa per spostamenti brevi. La media oraria tra semafori, attraversamenti, stop e precedenze, è praticamente ridicola. Non è un caso che per andare in bici non sia obbligatorio l'uso del casco. Dunque diciamo che anche con qualche birra in più sul groppone, ce la caviamo più che dignitosamente nei tortuosi percorsi cittadini notturni che ci troviamo costretti a creare per via della mancanza totale di piste ciclabili. Per dire, non mi sognerei mai di percorrere strade statali o provinciali, di notte, senza luci, e magari anche un po' alticcio. Sarebbe un suicidio.
E allora cosa fare? Non posso che consigliare di mantenervi in allenamento e studiare bene la mappa della vostra città: alla prima paletta--->etilometro, un pronto scatto sui pedali potrebbe essere salvifico tanto quanto un'ottima conoscenza di vicoli, contromano e scorciatoie di sorta.
Che tanto la targa non ce la possono prendere!

Allego interessante riflessione criticalmassiana trovata su Zic:

Le rare volte in cui riesco a mettere le mani su una delle bici rosse del Comune (non ho una bici mia, a Bologna) vado verso il centro pedalando lungo una quantità indescrivibile di sensi vietati, marciapiedi e portici - con la massima attenzione e rispetto per i pedoni. Dovrei forse condividere la strada con autobus snodabili, camioncini e la massa infinita di titolari di permesso per la ZTL? Il Codice della Strada, proprio come ogni altra legge, è espressione dei rapporti di forza in atto nella società: le durate dei semafori pedonali rispetto a quelli per le automobili lo testimoniano in modo matematicamente inequivocabile, e la mancata distinzione tra utenza forte e utenza debole della strada ne fa una legge iniqua. E una legge iniqua che ti espone a rischi personali va, quantomeno, elusa.

Ora, come certamente avrete letto, alcuni dei comportamenti sopra elencati - soprattutto nel tardo pomeriggio, dopo lo spritz - potrebbero costarmi dei punti sulla patente, quei punti che la mia guida automobilistica - al contrario di quella ciclistica, irreprensibile - aveva preservato: secondo l'articolo comma 48, sub 2 (o qualcosa del genere: l'architettura di questi decretoni è delirante) del decreto sicurezza approvato pochi giorni fa se il conducente è persona munita (...) di patente di guida, nell'ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, sono stabilite le sanzioni amministrative accessorie del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida, le stesse sanzioni amministrative accessorie si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida.

In città sviluppatesi contro pedoni e ciclisti la fine dell'elasticità nell'applicazione del C.d.S. nei loro confronti significa privarli della loro sola autodifesa, e derubarci dell'appeal che questi mezzi non inquinanti (gli unici davvero tali) possedevano. Ma la cosa ancora più preoccupante è come (anche) questa norma tracci la via verso una società in cui non già la devianza, ma addirittura i comportamenti quotidiani non perfettamente mainstream (e lucrativi) vengano visti con sospetto o posti sotto l'osservazione occhiuta delle autorità.

L'area del non-normato e l'area del non-perseguito (benché formalmente perseguibile) sono spazi di libertà in cui si allentano i conflitti tra struttura e individuo, si individuano soluzioni diverse dallo standard e si lasciano semplicemente respirare e interagire le persone. Non a caso il paradigma di una società totalmente oppressiva è quello tratteggiato dal motto tutto ciò che non è permesso è vietato; al quale aggiungerei per completezza e tutte le norme emesse vengono applicate. Qui e ora, tra uso propagandistico della norma e sincero delirio law & order, stiamo subendo un'ipernormazione pericolosa e volta a intimidire – non a caso, e contestualmente a ciò di cui stiamo parlando, da oggi il semplice esistere come individuo privo di permesso di soggiorno sul territorio nazionale configura un reato, un reato compiuto essendo ciò che si è, prescindendo dalle azioni.

Il fanatismo normativo, inoltre, non è che la torsione a 360 gradi del più scoperto arbitrio: ci sono talmente tante norme che mai sarai in regola – quindi non ho che da scegliere con quale pretesto colpirti. Partecipi a una critical mass? Bene, dì addio alla patente – e questo è solo un esempio; nel momento poi in cui una parte (minoritaria) di chi usa la bicicletta riconosce e rivendica questa pratica anche come atto politico, il potere minaccia la sanzione economica o con risvolti economici nei confronti di chi va in bici esattamente come si va in bici (ovvero rispettando norme di buonsenso e non norme per automobili).

O nel collassante mainstream fino al collo, o spinti ai margini della società; minestra o finestra è il messaggio di una massa travolgente di provvedimenti legislativi europei o nazionali – ed è invece proprio in mezzo ai pendolari tra queste due dimensioni che dobbiamo costruire la massa critica per la tutela dell'agibilità esistenziale del territorio, o, per dirlo diversamente, la resistenza all'oppressione e alla persuasione.

Wolf Bukowski, 7 luglio 2009

La colazione dei campioni

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Ci siamo quasi. Tutto è ormai pronto. Mr. B. qualche giorno fa ha messo alla prova i suoi poteri occulti scatenando un terremoto quasi potente come quello che ha distrutto la cittadina abruzzese. Solo che l'epicentro era a un chilometro dalla caserma della G.d.F. che ospiterà gli 8 big. Ma era solo una prova.
Per curiosità ho letto il programma del vertice che si svolgerà dall'8 al 10 luglio.
Lo trovate qui.

La prima cosa che balza all'occhio è la colazione di lavoro che si svolgerà il primo giorno dalle 13 alle 15.
Belin che colazione!! Fanno le ore piccole i mitici 8! E poi in due ore di colazione quanto cibo puoi ingurgitare? Ma forse tutto si spiega leggendo le parole magiche in parentesi che specificano "economia mondiale". Tra un cappuccino, una birra, una brioche e del cinghiale locale, i capi di stato parleranno di economia mondiale. Ok. Spero solo che il traduttore che seguirà Mr. B. non traduca davvero tutto quello che lui dice.
Segue alle 15.30 una sessione di lavoro, tra virgolette, di un paio d'ore. L'oggetto della conferenza sono i temi globali. Globali. Riguardano tutti, tutto il mondo. Due ore direi che possono bastare. Lo stesso tempo dedicato alla colazione.
Poi ci sarà un'eventuale conferenza stampa. Vediamo. Si farà solo se i capetti non saranno troppo stanchi dopo una giornata così stressante.
Ma finalmente la sera si avvicina e arriva l'ora del pranzo di lavoro. Ahahhahh!! Mi viene da ridere!! Pranzo di lavoro! Sì ma non si scherza qui. Si parlerà di temi politici internazionali. Mica cazzi!
Cosa dirà il nostro Presidente? E' a conoscenza di ciò che accade nel resto del mondo e non solo nei paradisi fiscali? Noi già partiamo male con tutte le figuracce accumulate in questi anni.
Il resto del programma leggetevelo voi se ne avete voglia.
Tanto c'è poco da sapere. Ci saranno banchetti, formalità, strette di mano, sorrisi, fotografie, poche parole e all'esterno scontri, pestaggi, arresti. Gli arresti, tra le altre cose, ci sono già stati oggi, ancor prima dell'apertura delle danze.
Tutto è sotto controllo. Un aereo senza pilota sorvolerà il cielo per fotografare la città. Gli aerei della marina militare sono già pronti a intervenire in caso di necessità. L'autostrada è super controllata e cecchini saranno appostati sui tetti. E addirittura i desueti carabinieri a cavallo pattuglieranno le alture circostanti.

L'Aquila, città distrutta dentro e fuori non trarrà alcun beneficio da questo summit, la gente rimarrà nelle proprie tende, come sempre, a soffrire il caldo tropicale, a subire il controllo ferreo delle forze dell'ordine e continuerà a sperare in un ritorno nelle proprie case.

Confidiamo in un terremoto chirurgico: Viale Delle Fiamme Gialle, 67100 Coppito (AQ)‎.

sabato 27 giugno 2009

Nostrum Mare Monstrum

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Una bandiera nera. Non quella anarchica e neanche quella hardcore del gruppo californiano.

Bensì quella, meno prestigiosa, che Legambiente ogni anno conferisce ai "nuovi pirati" che assaltano le coste, ne depredano le risorse, inquinano i mari o compromettono irrimediabilmente il delicato ecosistema costiero.
Se l'è guadagnata la mia prima città adottiva. O meglio, la società responsabile della realizzazione di quello scempio di monumento al cemento, che si ostinano a chiamare porto. Ma sappiamo bene quanto, soprattutto nelle piccole province, gli interessi delle amministrazioni locali coincidano troppo spesso con quelli, guarda caso, dell'imprenditoria privata. E se è vero che qualcuno quelli lì li ha votati, la bandiera nera, di riflesso, va anche quella parte (la maggiore) di cittadinanza che continua a dare fiducia a certi amministratori-imprenditori.
Parrebbe evidente anche a un pezzo d'asfalto che costruire uno dei porti turistici più grandi d'Europa (per numero di posti barca) in una cittadina di appena 40000 anime è, come minimo, una forzatura, un'esagerazione.
Ma, dicono, farà girare l'economia...
E allora largo al capitalismo buono, anzi bello. Quello degli yachts, dei panfili, delle camicie bianche e delle pelli abbronzate.
Noi ci ritroviamo intrappolati nel cemento, con l'acqua del porto stagnante e maleodorante (a causa di una cattiva progettazione), senza molo (che gli stronzi lo useranno per parcheggiare i loro arrogantissimi suv) e con tanta brutta gente in più che cammina per la città.
Avanti così.

Queste le motivazioni di Legambiente:

Alla “Porto di Imperia Spa” per aver realizzato uno degli approdi più grandi della Liguria.
Oltre 1000 posti barca, una mega speculazione che ha prodotto un pesante danno al territorio costiero e all’ambiente marino. Su denuncia della Capitaneria di porto è stata aperta anche un’indagine della magistratura per presunti abusi edilizi. In particolare l’inchiesta riguarda il capannone per la cantieristica, costruito in area demaniale in modo difforme rispetto al progetto depositato e approvato. Sono indagati il presidente della società, nonché segretario generale del Comune, il progettista e i rappresentanti delle altre due società che insieme al Comune di Imperia compongono il Gruppo. La Porto di Imperia Spa aveva fatto richiesta di variante, ma aveva continuato con la realizzazione del manufatto senza attenderne l’approvazione, quindi in mancanza di autorizzazione. La Conferenza dei servizi, mentre scriviamo, non ha ancora approvato la variante, in compenso c’è stata la sanatoria da parte della Soprintendenza.

Legambiente - MareMonstrum 2009
Grazie a ImperiaParla.

mercoledì 24 giugno 2009

I veri alberi finti

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Che gli umani siano stupidi è una cosa ormai accertata e lo dimostrano gli innumerevoli paradossi a cui è giunta la nostra civiltà. Penso in particolare ai vari rimedi escogitati per limitare i danni causati dall'inquinamento, prodotto a sua volta dall'uomo stesso.
In questo campo, l'ultima trovata arriva dalla Columbia University, che sta lavorando al progetto di 'spazzini dell'aria' molto particolari: dei dispositivi che sotto forma di alberi sarebbero in grado di catturare attraverso le loro 'foglie' di plastica il carbonio che è nell'aria, ad una velocità 1.000 volte maggiore di quella degli alberi reali.
Il prototipo creato sarebbe in grado di catturare, attraverso le foglie, il carbonio presente nell'aria, che a quel punto verrebbe intrappolato in una camera speciale, 'spremuto' e immagazzinato come biossido di carbonio liquido.
In pratica la tecnologia studiata dai ricercatori americani sembra molto simile a quella per catturare il carbonio a disposizione fino ad oggi, con la differenza che questi alberi possono essere posizionati ovunque e possono fare il loro 'lavoro' sempre e potrebbero liberarci del CO2 rilasciato nell'aria non solo dalle fabbriche ma anche dalle macchine, dagli aerei o laddove sarebbe quasi impossibile da 'acchiappare'.

Premesso che in ogni caso preferirei vedere in città più alberi con radici, fusti e foglie VERE, sicuramente questo mi sembra un eccellente passo in avanti rispetto all'utilizzo che degli "alberi" ne hanno fatto e vogliono continuare a farne alcuni sadici ed infami im-prenditori nostrani, su commissione delle principali compagnie telefoniche nazionali.
Questi assassini dell'etica ed amanti del profitto, hanno cosparso l'Italia di antenne (per i cellulari), prestando molta attenzione all'eventuale risvolto conflittuale del loro lavoro. Hanno pensato bene di inventarsi antenne camuffate da alberi, evitando così eventuali ed indesiderati grattacapi provenienti da cittadini armati di un minimo di buon senso. Il vergognoso campionario prevede antenne-Pino nero, antenne-Pino marittimo, antenne-Palma da dattero, antenne-Palma da cocco e antenne-Cipresso, affinchè l'amministratore locale di turno possa trovare la soluzione che meglio si adatta alla conformazione botanica del territorio.
Fa sorridere vedere, però, che questi valenti im-prenditori italici, hanno riservato un trattamento speciale per il nostro presdelcons, progettando un'elegante antenna-Palma nana, i cui esemplari potrà spargere per l'intero parco di Villa Certosa senza mai provare alcun senso di inferiorità.

Aprite bene gli occhi, dunque, e toccate sempre con mano (e naso) gli alberi che vi circondano.

Potrebbero essere di plastica!

lunedì 15 giugno 2009

Dichiarazione delle donne indigene del Perù

Dichiarazione delle Donne Indigene del Perù


Lima, 05 giugno 2009

da generoconclase

traduzione a cura di Mujeres Libres blog

Le donne indigene, organizzate nell'Officina Permanente delle Donne indigene Andine ed Amazzoniche del Perù, si trovano nel dolore per la morte dei loro fratelli e sorelle indigene e, a fronte dei fatti accaduti a Bagua - Amazzonia, dichiarano che gli atti di violenza deplorevoli si sarebbero potuti evitare col dialogo e col rispetto dei diritti umani.

Sollecitano inoltre la comunità internazionale, il Rappresentante Speciale per i paesi indigeni e per la difesa del paese alle Nazioni Unite, l'intervento immediato per il rispetto dei diritti umani.

Nello stesso modo sollecitano al settore salute, l'attenzione necessaria ed immediata ai feriti nella zona.

Infine, esortano i mezzi di comunicazione a diffondere informazione veritiera e non parziale dato che i paesi indigeni non possono contare su spazi pubblici per esprimere liberamente opinioni e giuste dichiarazioni sugli eventi.

1.Federación Agraria del Departamento de Ayacucho - FADA
2. Federación Departamental de Clubes de Madres de Ayacucho - FEDECMA:
- FECMA Vilcas
- FECMA Huamanga
- FECMA Fajardo
- FECMA Huancasancos
- FECMA Huanta
3. Federación de Mujeres Indígenas de La Mar - FEMUI LA MAR
4. Federación de Mujeres de Lucanas - FEMU LUCANAS
5. Federación de Rondas Campesinas Femeninas de la Región
Nor Oriental del Marañón del Perú
6. Federación de Comunidades Nativas Campa Asháninka -FECONACA
7. Central de Comunidades Nativas de Selva Central - CECONSEC
8. Confederación Campesina del Perú - CCP (Nacional)
9. Central de la Organización de Mujeres de Ilave - COMI (Puno)
10. Asociación Departamental de Mujeres Campesinas de Puno - ADEMUC
11. Asociación de Mujeres de la Provincia de Ayaviri Melgar - AMUAME
12. Asociación Multisectorial de Artesanas - CAMACANI
13. Asociación de Migrantes Quechua Jatary Ayllu, Zonal Valle del
Mantaro (Quechua de Huancayo)
14. Federación de Mujeres Campesinas de Anta - FEMCA (Quechua del Cusco)
15. Federacion Agraria Revolucionaria Túpac Amaru del Cusco - FARTAC
16. Consejo Aguaruna y Huambisa (Amazonas)
17. Federación Aguaruna Domingusa - FAD (Amazonas)
18. Federación de comunidades Nativas del Río Nieva - FECONARI
19. Federación de Comunidades Cacataibos - FENACOCA
20. Federación de Comunidades Nativas Cocama - FENACU
21. Asociación Indígena para el Desarrollo de Nuestros Pueblos - UCSICEP
22. Coordinadora Nacional de Desplazados de Comunidades en
Reconstrucción del Perú - CONDECOREP
23. Asociación de Mujeres Campesinas de la Cuenca de Vilca - ASMUC
24. Organización Indígena Regional de Atalaya - OIRA
25. Federación de Mujeres Shaui de Alto Amazonas Loreto - FEDEMUSHAAL
26. Federación Nativa del Río Madre de Dios y Afluentes - FENAMAD
27. Chirapaq, Centro de Culturas Indígenas
28. Red de Jóvenes Ñoqanchiq
29. Red de Comunicadores Quechuas de Ayacucho

domenica 14 giugno 2009

Il massacro degli indigeni peruviani

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Giovedì 9 aprile 2009 i dirigenti di 1350 comunità amazzoniche dichiararono l’inizio di un blocco indefinito in tutta l’Amazzonia peruviana, come forma di protesta contro la politica neoliberalista del governo e in particolare contro una serie di decreti legislativi emanati dal governo aprista di Alan Garcia Perez, volti a favorire l’investimento privato nella foresta amazzonica, in particolare quelli di imprese petrolifere e di biocombustibili. Tali decreti legislativi attentano ai diritti riconosciuti ufficialmente ai popoli indigeni e si impongono sulla volontá di questi, senza minimamente consultarli. Nel 2008 contro questi stessi decreti le popolazioni indigene dell’Amazzonia peruviana diedero vita a una protesta nazionale per piú di un mese, bloccando le vie di accesso alla foresta amazzonica e i principali interessi economici della regione (pozzi e pompe petroliferi, gasdotti, centrali idroelettriche). Tale protesta fu sospesa per l’impegno del governo di derogare i decreto. Nonostante ció, i decreti non furono derogati e lo Stato continuó la sua politica di favorire l’estrazione, concendendo diritti a multinazionali anche nelle terre titolate alle popolazioni indigene. Cosí le differenti organizzazioni indigene dell’Amazzonia peruviana, riunite a livello nazionale nell’associazione AIDESEP (Asociación Iteretnica de Desarrollo de la Selva Peruana) ricominciarono la loro protesta determinata e pacifica, con la stessa strategia: paralizzare le attivitá economiche delle imprese presenti nella regione, occupando punti strategici e bloccando le vie di comunicazione.
Il blocco è andato avanti in modo forte e compatto in quasi tutta l’Amazzonia peruviana, le differenti etnie hanno dimostrato una forte unione e solidarietá. Il governo ha reagito in varie occasioni con l’indifferenza, la repressione e la criminalizzazione, utilizzando da una parte i suoi apparati di morte (militari e polizia) e dall’altra i suoi fedeli servi professionisti nel distorcere l’informazione e occultare la veritá (televisioni e giornali), tutto questo in difesa dei soliti interessi economici che si impongono in tutto il mondo sulla vita della gente. Cosí ogni possibilità di dialogo è stata vana e, dopo aver accusato il rappresentante di AIDESEP di sedizione e terrorismo, è scattata una sanguinaria repressione.
Il 5 giugno 2009, dopo due mesi di lotta e resistenza indigena, lo Stato decide il massacro: si bombardano i villaggi, si spara contro uomini, donne e bambini. La gente che si era dichiarata disposta a morire per difendere le sue terre, la sua cultura, la sua vita, resiste a testa alta. Il risultato dell’azione dello Stato è un bagno di sangue, solo il primo giorno si contano 30 vittime e oltre 100 feriti, un numero che potrebbe essere molto maggiore se si considera che i militari stanno bruciando i corpi delle vittime affinché non si possano contare i morti e che i mezzi di comunicazione non hanno accesso alle zone di conflitto. Le popolazioni indigene non cederanno all’offensiva assassina dello Stato. La solidarietá e forte in tutta la regione e si allarga ad altri settori della societá: contadini non indigeni, lavoratori delle cittá amazzoniche, organizzazioni locali, missionari.

Perché lottano i popoli indigeni?


I popoli indigeni e i loro territori si appartengono reciprocamente, sono inseparabili. Per gli indigeni il territorio è l’embrione che diede inizio alla loro esistenza. La relazione dell’indigeno con il suo territorio è vitale, infatti questo gli fornisce alimentazione, casa e in quello gli si permette di riprodurre la sua cultura. Senza territorio non c’è vita.
Per la societá occidentale, la terra gli appartiene quando dispone di un titolo di proprietá, per gli indigeni il proprietario è “la madre della terra”. Gli andini la riconoscono come la Pachamama, gli Shuar come Nugkui, gli Ashanika come Kipatsi, e cosí ogni popolo.
Per il mercato la terra acquisisce importanza monetaria ed è negoziabile, per gli indigeni ha importanza spirituale ed è sacra. Nella cosmovisione amazzonica non è esatto il termine “terra” ma quello di “territorio”, con un concetto più ampio di intergrità come bene collettivo in interdipendenza con la natura,
Molti popoli amazzonici hanno basato la loro alimentazione sulla raccolta e il nomadismo e non sull’accumulazione di ricchezze. La tendenza attuale a promuovere la monocoltivazione in aree estense genera una maggiore fragilità dei suoli, cosí come le attività estrattive di acque, petrolio e gas, con un catastrofico impatto ambientale.
Attualmente l’Amazzonia peruviana ha 49 milioni di ettari di terra in concessione all’esplorazione e allo sfruttamaento di idrocarburi, corrispondenti al 72% di questo territorio.

I decreti in questione

I decreti legislativi si impongono nell’ambito del Trattato di Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti, trascurando le leggi internazionali che il Perú ha sottoscritto che stabiliscono il rispetto dei diritti indigeni e il loro diritto a essere interpellati per questioni che li riguardano, sanciti in particolare dall’Accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro firmato nel 1989 (Nazioni Unite).

Decreto 994: promuove investimenti privati in progetti di irrigazione per l’ampliamento della frontiera agricola. Considera di proprietá dello Stato tutte le terre irrigate di uso agricolo. Nell’Amazzonia le terre lungo i fiumi servono da fonte di sussistenza per le comunità, mentre lo Stato le considera terre improduttive da sfruttare.

Decreto 1020: Promuove i prodotti agrari e la consolidazione della proprietá rurale per il credito. Stabilisce un marco normativo per ampliare l’accesso al credito agrario e incentivare la competizione e la modernizzazione. Favorisce la formazione di proprietà individuale, la parcellizazione e la disintegrazione della proprietá comunale.

Decreto 1064: Stabilisce un regime giuridico per lo sfruttamento di terre di uso agrario. Elimina il diritto che stabilisce come necessaria la negoziazione con la comunità, affinché si realizzino attivita minerarie o idrocarburifere in territorio comunale senza il consenso della comunità.

Decreto 1081: Crea un sistema nazionale di gestione delle risorse idriche e rappresenta un passo avanti verso la privatizzazione dell’acqua, risorsa fondamentale per la vita dell’Amazzonia. Si impone contro i diritti ancestrali delle comunitá suil territorio e contro le convenzioni internazionali.

Decreto 1089: Cambia la normativa per la formalizzazione e la titolazione di terre rurali, favorendo la proprietà individuale rispetto a quella comunale, favorendo il loro inserimento nel mercato economico.

Decreto 1090: È forse il più grave fra tutti i decreti. Approva la Legge Forestale e della Fauna Silvestre. Pretende di modificare la legislazione forestale, privando della definizione di “patrimonio forestale” circa 45 milioni di ettari di terra, o sia il 60% delle terre dell’Amazzonia peruviana. In questo modo è possibile sfruttare terre che prima erano in un certo modo protette. Dietro a tale decreto ci sono gli accordi del governo con gli imprenditori che vogliono investire nella produzione di etanolo e biocombustibili vari. Non sono solo i mezzi di vita dei popoli indigeni quelli che stanno in gioco. La produzione di agro-biocombustibili ha favorito una concentrazione di ricchezza e proprietà senza precedenti, affidando la terra alle mani di poche imprese multinazionali che controllano i semi, la coltivazione di viveri, gli agrochimici, il processamento, il commercio le esportazioni e la distribuzione. I piccoli produttori sono privati di terre di alimenti, di sussistenza e di mercato, mentre i suoli, i boschi, i corsi d’acqua e gli ecosistemi sono saccheggiati e devastati.

Decreto 1083: Promuove lo “sfruttamento efficente” e la “conservazione” delle risorse idriche da parte degli usuari che hanno maggiori risorse economiche emaggior accesso alle moderne tecnologie di uso dell’acqua, concedendo premi di diritto all’acque in base a un regime differenziato di redistribuzione economica.
fonte America Latina - Altri occhi e parole

addendum: Dai dati del Sipri risulta che l'Italia è stato il principale venditore di armi all'esercito del Perù (per 172 milioni di dollari, nell'anno fiscale 2007-8).

mercoledì 3 giugno 2009

La bici va in città



La vita del ciclista di città è sempre messa a dura prova da ostacoli architettonici e dal traffico urbano. Neanche a Parigi, città attrezzata di numerose piste ciclabili, le cose vanno meglio. Come potete vedere dal video, oltre ad essere costretti a circolare in una corsia larga meno di un metro, i ciclisti sono spesso vittime dell'inciviltà di molti automobilisti.
Il video è stato girato dall'associazione parigina Villavélo, nata all'inizio del nuovo millennio per esaltare i pregi del mezzo ideale per girare in città, la bicicletta, soprattutto nell'epoca di riscaldamento globale in cui ci troviamo a vivere.
Sul loro sito si legge: la bicicletta non è nè ingombrante, nè rumorosa e rispetta l'ambiente. Si tratta di un ottimo esercizio fisico ed è uno strumento di libertà.
Il loro lavoro è nato da un gruppo di genitori che dopo aver sperimentato la bicicletta autobus, una nuova e intelligente pratica per accompagnare i figli a scuola, si sono resi conto dei vantaggi di questo mezzo di trasporto ma anche dei limiti allo sviluppo del suo uso nelle aree urbane.
L'associazione si occupa di fornire consulenze per una guida sicura, di educare i bambini, di promuovere riforme legislative in questo ambito. Inoltre organizzano attività ludiche come biciclettate sulla Marna, pic-nic, mercatini, vélo-parade..
Nonostante gli evidenti pericoli relativi all'uso della bici in città, non posso fare altro che consigliare a tutti di convertirvi alle due ruote. Allora smettetela di fare spinning in palestra e di usare le macchina per fare 500 metri e prendete la bicicletta: se non altro creerete meno ingorghi.

giovedì 7 maggio 2009

Sciroppo per la tosse casalingo

Ho sempre cercato di stare alla larga dai medicinali o non curandomi e lasciando al mio corpo il compito di debellare la malattia o sperimentando i vecchi metodi "della nonna".
Oggi ho scoperto proprio un nuovo metodo per curare la tosse. Diciamo uno sciroppo casalingo.
La ricetta è molto semplice e ci è stata tramandata dalla nonna di Titus.
Si prendono due rape lavate e sbucciate e si tagliano a fettine sottili. Si dispongono le fettine su un piatto cospargendole di zucchero (meglio se integrale), a strati.
Si lasciano riposare per almeno una notte.
La mattina le rape avranno rilasciato un liquido sciropposo che travaserete in una bottiglia. Adesso è pronto.
Va conservato in frigo ma se dovete portarvelo fuori casa vi suggerisco di aggiungere un pò di alcool per liquori.
Naturalmente non ci sono controindicazioni!

mercoledì 29 aprile 2009

Ps20: altro che Play Station!

E' entrata in funzione la torre solare più grande del mondo, la Ps20. Ovviamente non Italia, bensì in Spagna un paese che ha deciso di investire sulle energie rinnovabili.
Qualche giorno fa, infatti, il governo iberico ha approvato anche la mappa delle zone in cui sarà possibile sviluppare l’eolico offshore, che compagnie private potranno successivamente affittare.
Sorella maggiore della Ps10, la nuova torre sarà in grado di produrre 20 Megawatt di energia che soddisferanno i bisogni di 10.000 abitazioni evitando di immettere nell'atmosfera 12.000 tonnellate di anidride carbonica.

Ecco come funziona secondo Abengoa solar, costruttore e gestore dell'opera:

"PS20 è costituita da un campo solare composto di 1.255 pannelli eliostatici. Ogni pannello, con una superficie di 1.291 metri quadrati, riflette la radiazione solare sul ricevitore, il quale si trova sulla cima di una torre alta circa 160 metri, che produce vapore poi convertito in energia elettrica da una turbina".

In pratica, una vasta superficie di specchi concentra i raggi solari sulla torre dove un ricevitore solare e una turbina a vapore azionano un generatore che a sua volta produce elettricità.

Con questi progetti ecologici la Spagna tenta di smarcarsi dalla morsa nucleare andando nella direzione opposta rispetto a quella della vicina e altrettanto soleggiata Italia.

"Per ricostituire un'affidabile filiera nucleare nel nostro paese stiamo sviluppando la cooperazione tecnologica con diversi stati come Francia e Russia e contiamo anche sul contributo di know how, professionalita' ed esperienza che puo' giungerci dalle imprese americane". "La strategia energetica del governo Berlusconi punta ad innalzare dal 16 al 25% l'apporto delle rinnovabili alla produzione di energia elettrica nazionale. Un ulteriore 25% sara' assicurato dal rilancio del nucleare, settore nel quale pure non mancheranno occasioni di collaborazione tra l'industria italiana e quella degli Stati Uniti che con i suoi 104 impanti e' il primo paese al mondo per dotazione di centali nucleari attive."
Min. Claudio Scajola, 27 aprile 2009

Prendiamo esempio dagli States, uno dei paesi che contibuisce maggiormente alla devastazione del nostro pianeta!

giovedì 2 aprile 2009

Earth Hour 2009

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Con qualche giorno di ritardo mi sono accorto che l'ottimo blog fotografico del Boston Globe, in occasione dell'Earth Hour 2009, ha postato una serie di stupende immagini che ritraggono monumenti ed edifici di tutto il mondo.
Il bello è che con un semplice clic potete passare dalla modalità spreco di luci ON alla modalità spreco di luci OFF, proprio come nell'esempio qui sopra.
Personalmente, fatta eccezione per l'Acropoli e il Colosseo, taglierei i fili a tutti gli altri.
Dateci un'occhiata.