venerdì 3 ottobre 2008

Stato d'emergenza

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Cercheremo di essere lievi.

Chiamiamo “emergenza” una continua ri-definizione strumentale del “nemico pubblico” da parte dei poteri costituiti. Grazie all’emergenza, agli occhi della fantomatica “opinione pubblica” viene resa accettabile non solo la violazione ma la vera e propria sospensione delle libertà formalmente sancite dalle costituzioni e dalle carte dei diritti umani. Accettabile? Di più: necessaria e auspicabile al fine di “difendere la democrazia”.
In Italia, dagli anni Settanta in avanti, il metodo di governo è consistito interamente in un avvicendarsi di emergenze. In questo paese esiste da sempre una complicata dialettica dell'incostituzionalità, al cui interno l'emergenza ha stabilito una propria retorica, un compiuto ma fluido sistema di metafore, un peculiare modo di cristallizzarsi nel diritto scritto e nel costume nazionale.
Le emergenze servono a introdurre nuove forme coercitive nella divisione sociale del lavoro, o tutt’al più a preservare quelle già esistenti. Certo, servono anche al regolamento di conti gangsteristico tra diverse sezioni di capitale (d’ora in poi le chiameremo “cosche”), vedi l’esempio di Mani Pulite... Ma questo viene dopo: l’esigenza primaria è la coercizione di cui sopra, il controllo sociale, la prevenzione di probabili “devianze” e antagonismi; le cosche si scontrano tra loro per assicurarsi il governo di tale prevenzione.
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Studiando a fondo le politiche e le retoriche emergenziali, abbiamo infatti individuato un trend: la molecolarizzazione dell'emergenza, un suo spingersi dalla res publica ai microlegami sociali, dall’ordine pubblico alla privacy, fino ai recessi delle differenze singolari. In altre parole: dal Politico (territorio già completamente colonizzato e ristrutturato) al Culturale (in senso lato, antropologico) allo... Spirituale.
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In questo senso l’Italia è servita da laboratorio, come già negli anni venti (col fascismo) e nel dopoguerra (come turbolento teatrino e campo da gioco della guerra fredda). Gli esperimenti giuridici, mediatici e in generale biopolitici condotti negli ultimi venticinque anni si sono rivelati utilissimi durante il processo di integrazione pan-europea delle dinamiche di repressione e controllo sociale.

The Luther Blissett Project, Nemici dello Stato, Derive/Approdi, 1999

4 commenti:

Prefe ha detto...

quel video mi ha rovinato il venerdi pomeriggio

il Russo ha detto...

Grandiosa citazione, anche se non sempre commento seguo sempre i tuoi pezzi viste le affinità su copyleft, collettivo e Luther... Mi aspettavo addirittura un tuo pezzo sull'uscita da gruppo di Wu Ming 3, ma son certo che non te la sei fatta scappare!

Betti Sustrhell ha detto...

Cari lettori, a quanto pare non vi siete accorti che a scrivere su questo blog siamo in due. Io sono betti, la dolce metà di titus! fortunatamente però non avete notato la differenza!
quindi.
@prefe: ci hanno già rovinato troppi pomeriggi!!
@il russo: di wu ming ho letto solo '54, ma sono più affezionata e interessata alle argomentazioni blissettiane.
Titus invece non ha ancora letto nulla, ma anche lui è più legato alle teorie/pratiche del lutherone nazionale!
Con ciò non intendiamo sminuire il lavoro dei wu ming.
Grazie, ciao e a presto!

il Russo ha detto...

Chiedo venia alla bravissima betti, lutherblissianamente o wungmissianamente parlando, nel momento in cui non ci si accorge delle differenze, vuol dire che siete riusciti nell'intento.
54 è stupendo, viene immediatamente dopo a Q!